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C’è un elefante nella stanza

A cura di Gabriella Mariotto

Un ventaglio di emozioni impedisce di dare parola a qualcosa che pure occupa lo spazio emotivo della mente e della relazione, sia questa sociale , amicale, sentimentale o psicoanalitica: è l’elefante nella stanza, si sa che c’è, è ben presente alla coscienza ed è pure ingombrante, ma non si riesce a nominarlo. Parleremo di questo, nomineremo gli elefanti che si aggirano nella stanza e soprattutto parleremo delle emozioni che impongono l’infantile magico gioco del “se non guardo, non c’è!”.

La paura della realtà

E’ importante, innanzittutto, una distinzione basilare: esiste un “non parlarne” che nasce dall’impossibilità di dire, è il non dicibile del trauma.  Per sua stessa definizione, il trauma è inelaborato e non simbolizzato, non ha parole e non ha pensiero, è sensazione, spesso somatica, è buio. Non è a questo mood che appartiene il nostro elefante: ha parole, per quanto non dette, ed è presente, per quanto in modo imbarazzante.

Cosa impedisce di nominarlo? La paura di riconoscerlo come inesorabilmente vero? A volte è proprio così: una persona obesa stenta a sedersi sulla poltrona ma non ne fa parola, eccolo lì l’elefante! Un uomo di statura decisamente inferiore alla media parla delle sue difficoltà ad avere relazioni sentimentali, senza il minimo accenno al problema che pure è evidente e ingombrante.

Entrambi vorrebbero sentirsi dire, collusivamente, che davvero non è un problema, all’incrocio tra un pietismo (crudele) e un diniego, altrettanto crudele. Ma vorrebbero anche sentirsi dire che è vero, che è un problema, che però se ne può parlare e lo si può affrontare. L’ambivalenza, questa chance straordinaria che a dosi omeopatiche permette la scelta più consapevole, è però in questo caso massiccia e rappresenta il primo gradino da affrontare.

Se ci riferiamo alla stanza d’analisi sono gli occhi del terapeuta che possono guidare sulla strada evitando gli inciampi peggiori. Non riferirsi alla obesità o alla bassa statura potrebbe far pensare a un sano rinforzo della possibilità di non farsi schiacciare dall’elefante, come se il terapeuta dicesse “non mi importa nulla del tuo “difetto”!. Peccato però che importa al paziente, e gliene importa talmente tanto che non riesce neppure a parlarne.

Parlarne senza paura, senza ribrezzo, senza giudizio (soprattutto senza pregiudizio): se il terapeuta non ha paura, ne avrà meno anche il paziente!

E come diceva anni fa una simpatica giovane donna in analisi “va bene dottoressa, un pezzetto alla volta, si digerisce anche un elefante!”.

Poterne parlare, alla lunga, è di grande sollievo per chi sta patendo il problema, riconoscerlo nella sua realtà significa altresì accoglierne la sofferenza, con la capacità di sostare il tempo necessario a elaborarne il significato, senza cadere nella trappola delle forzate soluzioni, utili soltanto a illudersi di eliminare l’angoscia dal campo analitico. Un ottimo esempio mi venne da un paziente con una grave disabilità agli arti inferiori: in analisi aveva imparato a parlarne senza negare l’angoscia, aveva imparato a farsi aiutare quando ne aveva bisogno, aveva imparato a non utilizzare la sua disabilità come una clava da abbattere sulla testa, e la vita, di chi non era disabile. Un giorno venne in seduta furibondo, circolava in quel periodo la definizione “diversamente abile” utilizzata anche nei suoi confronti: “io non sono diversamente abile, io non sono abile nel salire le scale! Vogliono cancellare il problema perché angoscia più loro di me”. Grazie a lui e ad altre/altri come lui, ora si utilizza una espressione molto più corretta (persona con disabilità): non nega il problema, non lo camuffa con il diniego della difficoltà, ma riconosce al contempo l’integrità  in quanto persona.

Potremmo dire che l’elefante è stato nominato? Certamente, e soprattutto è stato ricondotto, grazie all’averlo nominato, alla sua reale dimensione!

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