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E QUALCOSA RIMANE… Citazioni dal seminario del 28 settembre 2024: “Il ragazzo dei lupi e altre storie. Ritiri e crolli in adolescenza alla luce della prospettiva evolutiva in psicoanalisi” di Massimo Vigna Taglianti.

A cura di Davide Rotondi

Possiamo leggere il break-down evolutivo come il risultato dell’incrinarsi di un contenitore psichico rigido e fragile che cede sotto la pressione di contenuti percepiti come troppo minacciosi e dirompenti per la propria mente e per le proprie relazioni interpersonali.

 

Per Winnicott c’è differenza tra “significato simbolico del gioco” ed “essere coinvolti nel giocare”: il gioco ha infatti un suo valore intrinseco, un potenziale terapeutico di per sé che va ben oltre dall’essere la via regia di accesso all’inconscio del bambino.

 

Secondo Bion, come psicoanalisti, dobbiamo liberarci dal desiderio di capire ed impegnarci invece il più possibile nell’esperienza di “essere con il paziente”.

 

Per Ogden, la psicoanalisi epistemologica si occupa principalmente di arrivare a comprendere il significato inconscio e si riferisce a un processo di acquisizione della conoscenza che conduce alla comprensione del mondo interno del paziente. La psicoanalisi ontologica invece si riferisce ad una dimensione della psicoanalisi in cui il principale obbiettivo dell’analista è facilitare gli sforzi del paziente di “diventare più pienamente se stesso”.

 

L’incontro terapeutico necessita di un assetto emozionale che tenga meno in conto l’esigenza di essere acuti, di conoscere in anticipo le risposte o “di essere l’esperto che capisce, decifra e spiega ai pazienti i loro comportamenti”. Al contrario, il porsi in contatto con i bisogni immediati e profondi del paziente e con le emozioni presenti nel campo diviene il compito dell’analista.

 

L’obbiettivo della psicoanalisi viene attualmente concepito prevalentemente come costruzione di un senso di identità più ricco e più autentico.

 

Secondo Ogden il fondamento della relazione analitica diviene “la simultaneità della dialettica di unità e dualità, di soggettività individuale e intersoggettività”.

 

In psicoanalisi, il sintomo non va considerato come un elemento sul quale “fondare la diagnosi” o come un elemento dannoso da eliminare. Deve piuttosto essere osservato nella sua tripla valenza di miglior compromesso possibile per gestire la sofferenza psichica, di veicolo di comunicazione inconscia e di richiesta di aiuto a cui dare un significato.

 

Il sintomo di un paziente non è da codificare in senso epistemologico, il sintomo va capito e compreso.

 

Secondo Ogden la formazione del sintomo può essere considerata un mezzo attraverso il quale i pazienti mettono in pausa il problema della crescita e “dell’entrare più pienamente nell’essere”.

 

Poiché nessuna fase dello sviluppo emotivo di un individuo può essere “saltata”, anzi sovente intere fasi dello sviluppo devono inevitabilmente riproporsi e ripetersi durante il trattamento, anche durante le analisi più lunghe e difficili non dobbiamo mai dimenticare che il paziente non sta affatto resistendo agli sforzi dell’analista di fare l’analisi, né cercando di uccidere l’analisi e l’analista, né entrando in rifugi della mente per isolarsi da ciò che sta succedendo nel transfert. Dobbiamo piuttosto riconoscere il ruolo fondamentale che la ripetizione e l’enactment rivestono sullo scenario analitico come espressioni di quell’inevitabile agieren che precorre la rappresentazione di aspetti impensabili dell’esperienza del soggetto.

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