Ne parliamo con

Francesca Belgiojoso - L’uso della fotografia in psicoterapia

A cura di Marta Grossi

Innanzitutto, quindi, di cosa parliamo quando parliamo di Phototherapy Techniques?

Con Phototherapy Techniques si intendono le cinque tecniche sistematizzate da Judy Weiser, una psicoterapeuta canadese che negli anni 70 ha sperimentato in modo ampio e creativo l’uso della fotografia in ambito clinico.

Il lavoro di Judy Weiser nasce dall’osservazione del potenziale proiettivo custodito da ogni fotografia: le persone, quando davanti ad un’immagine fotografica, tendono a proiettare il proprio mondo interno rendendo quest’ultimo più riconoscibile e comunicabile di come spesso accadrebbe con il solo uso della parola.

È proprio a partire da questa osservazione che Judy Weiser, dopo varie libere sperimentazioni, arriva a sistematizzare le cinque tecniche da lei considerate le più utili in ambito clinico:

  1. IL PHOTOPROJECTIVE, ossia la FOTOGRAFIA PROIETTIVA: la tecnica più libera e di più facile accesso, che consiste nella presentazione da parte del terapeuta di alcune fotografie; al paziente è chiesto di selezionarne una o più di una, sulla base di determinati temi o domande condivise con il terapeuta stesso. Da questo stimolo visivo si sviluppa il colloquio e il paziente è spesso in grado di narrare alcuni temi a lui cari;
  2. Le FOTOGRAFIE RACCOLTE O SCATTATE DAL PAZIENTE: al paziente stesso è richiesto di ampliare un tema emerso durante le sedute con il terapeuta, lavorando a casa e raccogliendo o scattando foto personalmente, da portare nella seduta successiva così da continuare a discuterne insieme. Questa tecnica è particolarmente utile per permettere al paziente di sentire che l’altro, il terapeuta, si pone accanto a lui, guarda le cose dal suo stesso punto di vista, con il suo sguardo.
  3. Le FOTOGRAFIE CHE RITRAGGONO IL PAZIENTE: al paziente viene chiesto di portare alcune fotografie scattate da altri, che lo ritraggono. Qui si lavora sulla percezione che il paziente ha dello sguardo esterno (come mi vedono, come vorrei mi vedessero ecc), e si può spaziare in tempi e situazioni diverse così da vedere come cambia la percezione dello sguardo su di sé (es. foto del passato, foto che mi piacciono vs foto che non mi piacciono…)
  4. L’ALBUM DI FAMIGLIA: al paziente è chiesto di portare alcune foto della propria famiglia; a seconda dei temi emersi nei colloqui e della fase della terapia, si può spaziare liberamente (es. foto di un famigliare, foto della famiglia di quando il paziente era bambino…)
  5. L’AUTORITRATTO: si lavora sula rappresentazione che il paziente ha di se stesso; a lui viene chiesto di portare proprie immagini da lui stesso scattate. Oggi è una tecnica molto semplice da proporre e effettuare, basta chiamarlo selfie per permettere a tutti di sentirsi a proprio agio, uno strumento potente ma vissuto come semplice e familiare.

In generale, ognuna di queste tecniche va intesa come un possibile strumento che, sulla base di quello che emerge in terapia, permette di approfondire alcuni temi o di approcciarsi attraverso una modalità che in quel momento sembra più adatta per quello specifico paziente. Sono tecniche da pensare ad hoc, quella tecnica per quel paziente in quello specifico momento.

 

Ora che conosciamo meglio le tecniche, puoi dirci a quali pazienti, o in quali fasi della terapia, ha più senso proporle?

Non c’è un momento migliore di un altro; in genere si propongono quando durante i colloqui emerge qualcosa che può essere esplorato in modo fruttuoso attraverso la fotografia.

In generale, quando non ti viene in mente di usarle è perché non ce n’è bisogno, ad esempio quando si lavora con un paziente che porta tante parole, racconti, immagini nella sua narrazione.

All’opposto, risultano tecniche molto utili quando c’è una carenza di parole o di motivazione, quando c’è sospetto o ritrosia come capita a volte con alcuni adolescenti, magari lì da noi perché incoraggiati dai genitori.

Quando le parole sono poche la fotografia aiuta ad attivare la narrazione e l’alleanza terapeutica: ha un forte impatto guardare insieme un’immagine e stupirsi insieme di quello che si scopre.

 

Poi ci sono quei pazienti, in genere che lavorano nel mondo dell’arte, che cercano proprio un lavoro che utilizzi il visivo per conoscersi meglio; anche con loro, che hanno tante immagini dentro, le Phototherapy Techniques funzionano bene.

 

Un ultimo utilizzo molto proficuo è quello con i gruppi di formazione o nei laboratori espressivi:  l’uso della fotografia si rivela una grande attivatore di un lavoro profondo ed espressivo, che attiva poi un discorso altro. In questi casi si usa la Foto Proiettiva.

 

Rispetto a tutto questo che ci stai raccontando, pensando nello specifico proprio alla Foto Proiettiva, perché la fotografia è diversa da altre immagini? Perché usare la fotografia ha una sua specificità, differente ad esempio dall’utilizzo di altri stimoli visivi come l’illustrazione o l’arte pittorica?

Io credo molto nella funzione proiettiva ed espressiva della fruizione artistica nella sua globalità. La proiezione nell’arte, qualunque essa sia, è uno strumento potente.

Detto questo, credo che la fotografia abbia alcune sue peculiarità, in particolare modo oggi giorno: è semplice da introdurre, è uno strumento che tutti conoscono, che non fa paura..uno strumento semplice e amico ma estremamente efficace. Soprattutto, però, davanti ad una fotografia lo spettatore si trova davanti a un frammento di realtà: ci si dimentica che c’è  qualcuno, un artista, che ha creato quell’immagine, siamo portati direttamente dentro alla realtà lì rappresentata. Questo credo sia un aspetto in più che definisce una specificità della fotografia.

 

Puoi farci qualche esempio di percorsi in cui hai utilizzato le Phototherapy Techniques?

Ricordo di una ragazza giovane, un’adolescente. Era poco motivata, veniva da me su sollecitazione dei genitori; si presenta sospettosa, silenziosa…io sentivo il bisogno di trovare uno strumento che le permettesse di aprirsi ma anche di creare alleanza con me, qualcosa che le permettesse di pensare che venire da me poteva esserle utile.

Le ho quindi proposto di portarmi venti fotografie di oggetti che parlassero di lei. È stata al gioco, ha portato fotografie semplici che però hanno aperto un mondo: dentro ogni foto una parte di sé, una narrazione, un ricordo, passato presente e futuro che si intrecciavano. Più si raccontava più scopriva quante cose aveva dentro, e quanto era possibile comunicarle all’esterno. Questo le è stato utile e le ha permesso di investire sulla terapia come un luogo in cui poteva parlare di sé, mostrarsi ed esprimersi con facilità.

Abbiamo fatto anche un lavoro sull’autoritratto: lei scattava selfie quando piangeva. Li portava poi in terapia e questa sequenza di fotografie apparentemente uguali le permetteva di portarmi lì dov’era il suo dolore, di sentirmi vicina in quei momenti e di mostrarmi davvero come si sentiva, cosa provava. Rendeva il suo dolore raccontabile e condivisibile. Dava valore a quello che lei faceva d’istinto, immortalare il momento del pianto, cercare un modo per comunicarlo.

 

Ora che ci hai spiegato quanto possono essere utili, soprattutto per noi di Area G che lavoriamo molto con adolescenti e giovani adulti, puoi dirci come formarsi?

Non è  più possibile formarsi direttamente con Judy Weiser; in Italia proponiamo un corso annuale per professionisti della relazione d’aiuto che si svolge a Roma e online. Altrimenti proponiamo  corsi di formazione per Psicologi e Psicoterapeuti; si tratta di un percorso teorico esperienziale di 6 incontri da 2 ore ciascuno, in cui attraverso il role playing si sperimentano e vivono sulla propria pelle le diverse tecniche. È una formazione intensa e coinvolgente, soprattutto sul piano emotivo.

I corsi sono prevalentemente online ma è possibile programmarne anche in presenza a Milano.

 

Un’ultima domanda: ci consigli uno o più libri o riviste per chi volesse continuare a curiosare nel mondo dell’utilizzo della fotografia in terapia?

Innanzitutto il libro di Judy Weiser, ‘FotoTerapia’, un manuale tecnico ma utile edito da Franco Angeli.

 

Consiglierei poi la rivista online Ne.Mo, consultabile sul sito del gruppo NetFo (Network Italiano Fototerapia, https://www.networkitalianofototerapia.it), una lettura interessante e completa che mostra anche come le varie tecniche quando ben conosciute possano essere utilizzate in contesti vari e con background teorici differenti.

 

Infine, anche io insieme ad alcune colleghe abbiamo scritto un libro sull’utilizzo della fotografia terapeutica; si tratta di un’intervista a quindici fotografi con successiva lettura del loro lavoro sul piano psicologico, fatte però insieme all’artista in modo da far emergere come la fotografia sia uno strumento di lavoro terapeutico e di elaborazione dei propri vissuti anche, istintivamente, per il fotografo stesso. Si chiama ‘Oltre l’immagine. Inconscio e fotografia’ ed è acquistabile in libreria o online.

 

Ringraziamo la dott.ssa Belgiojoso per la sua disponibilita’ e per averci arricchito con la sua esperienza professionale.

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Email: belgiojoso@studioartecrescita.com

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