Immaginate di poter spegnere voi stessi come si spegne un televisore. Non morire ma semplicemente non essere presenti alla propria coscienza per un tempo prolungato.
Dormire, narcotizzati, per un anno intero.
Questo è il perturbante e bizzarro, quanto prezioso, progetto della protagonista senza nome de “Il mio anno di riposo e oblio” di Ottessa Moshfegh (2018).
L’autrice ci racconta la storia di una ragazza giovane, bella e ricca che vive a Manhattan all’alba del millennio, in un mondo (prima degli attentati alle torri gemelle) che ancora sembra essere invulnerabile. Sotto questa facciata, che incarna un ideale dell’io adattato e conforme a canoni di perfezione estetico-esistenziale, si nasconde una buia voragine melanconica e torbida.
I suoi genitori muoiono in rapida successione quando lei è ancora al college, il padre di cancro e la madre suicida con alcol e psicofarmaci.
Il padre è stato un uomo dalle spiccate e riconosciute qualità intellettuali ma emotivamente frustrante e assente e la madre è ricordata come depressa e alcolista.
La protagonista, incapace di compiere un percorso di elaborazione del lutto, incorpora la madre, dalla quale eredita una mondana pulsione di morte e reitera con Trevor (amante sadico ed emotivamente indisponibile) le dinamiche disfunzionali, dalle caratteristiche masochistiche, della dimensione paterna.
A questo punto il sonno, da vezzo nichilista, diventa dispositivo di difesa: annullamento di Sé, quanto meno del Sé vigile.
L’idea della protagonista è di dormire narcotizzata per un anno intero, chiusa in casa, assumendo costantemente pesanti cocktail di psicofarmaci, per poi rinascere con una coscienza ristrutturata e guarita.
Il lutto non elaborato, diviene sospeso. La ragazza inizia a dormire come dormiva la madre ottenebrata, si identifica con l’oggetto perduto invece di separarsene, l’ombra dell’oggetto cade così sull’Io.
In principio l’esperimento anestetico sembra funzionare. Poi accade qualcosa di inatteso: una parte di Sé, recondita e agente, inizia a vivere ed uscire proprio durante i blackout da sonno indotto, mentre il Sé vigile dorme e non ricorda nulla.
Nei buchi di coscienza aperti dai farmaci un altro Sé, più vivo che mai, compra vestiti, va alle feste, parla con sconosciuti ed intrattiene rapporti sessuali. Non si tratta però di un alter ego romanzesco, è il desiderio pulsionale che, privato della censura vigile, continua ad esprimersi.
Tuttavia la parte di lei che si muove, che vive e che è in grado di desiderare è intollerabile per la narratrice; tutto ciò che è vitale le provoca infatti un disagio ostile.
Reva ne è la prova in carne ed ossa. Unica amica della protagonista, rappresenta tutto ciò che la narratrice obnubilata disprezza e insieme teme: è volgare, affamata, invidiosa, disperata, arrivista e soprattutto attaccata alla vita. Non ha paura di mostrare le emozioni. Piange, brama, si umilia e spera. Fa esattamente ciò che la protagonista non riesce a fare: restare esposta al suo sentire.
Reva è lo specchio di una vitalità che il piano di oblio ha dichiarato illegittima perché portatrice di dolori antichi e non pensabili. Se vivere equivale a soffrire, o essere abbandonati, tanto vale dormire e attendere quieti che la sofferenza venga dimenticata dal tempo.
Finché un giorno di settembre il reale irrompe con violenza e senza scampo. Solo allora la protagonista potrà, forse, maturare l’idea che il mondo esterno non sia soltanto un rumore da dover spegnere.
