Quali elementi dello sviluppo contribuiscono a formare il «bambino spaventato»?
Il bambino spaventato ha imparato che le persone che ama e da cui dipende possono fargli
del male. Si tratta di una dinamica complessa di interazioni precoci in cui il neonato si sente minacciato proprio dalla persona che dovrebbe proteggerlo.
I caregiver del bambino spaventato risultano a loro volta spaventati, minacciosi o gravemente dissociati. Possono portare con sé esperienze traumatiche non elaborate (spesso lutti o abusi) e allarmare i figli con diverse forme di comportamento minaccioso.
L’esperienza centrale di questi bambini è quella di una «paura senza soluzione» (fright without solution): la figura di attaccamento è al tempo stesso fonte di sicurezza e fonte di paura, e genera per il neonato un paradosso impossibile. Questo paradosso può tradursi in una serie di oscillazioni tra posizioni di vicinanza e lontananza dal caregiver.
In età adulta, quei bambini che si osservavano avvicinarsi e allontanarsi dal genitore diventano spesso adulti ambivalenti rispetto alla dimensione di prossimità. Desiderano l’intimità e, nello stesso tempo, cercano di proteggersi dalla sensazione di minaccia che la vicinanza evoca.
Si disregolano con la prossimità e si agitano con la distanza; si attivano di fronte al pericolo e vengono sopraffatti dalla tenerezza. Si sentono spesso inondati sia dalle emozioni positive sia da quelle negative, e faticano a restare presenti all’altro.
La concezione classica dell’isteria e la risposta al trauma reale.
Il pensiero contemporaneo ha trasformato ciò che un tempo veniva letto come sintomo isterico in un quadro radicato nel trauma dell’attaccamento e nelle risposte somatiche e adattive di sopravvivenza. Questo spostamento va da un modello di patologia individuale al riconoscimento dell’impatto del trauma precoce sulla regolazione del sistema nervoso e sulla capacità relazionale.
Quello che diagnosticavamo come sintomo isterico — sintomi somatici, dissociazione, disregolazione emotiva — è oggi compreso e letto come risposta traumatica, spesso originata da un attaccamento disorganizzato, da esperienze traumatiche infantili o da eventi traumatici successivi. Integrando il lavoro di Freud del 1896 con le neuroscienze e le teorie psicoanalitiche contemporanee, sappiamo che ogni caso di isteria poteva essere ricondotto a un’esperienza reale di trauma nella prima infanzia. I sintomi fisici dell’isteria erano la manifestazione nel corpo di ciò che non poteva essere detto né ricordato consapevolmente: memorie traumatiche che, a differenza dei ricordi ordinari, non erano a disposizione del paziente, ma continuavano ad agire — come osservavano già Breuer e Freud — come un corpo estraneo conficcato nella carne, ancora all’opera molto tempo dopo la ferita originaria. Nei momenti di minaccia è il corpo a governare il comportamento. I sintomi dell’isteria corrispondono a ciò che oggi comprendiamo delle risposte di sopravvivenza dell’organismo, in particolare freezing, shutdown, dissociazione e collasso fisico.
Quali sono i contesti familiari e i rischi futuri per i bambini con attaccamento disorganizzato?
In “L’intimità emotiva” mi concentro su ciò che chiamo «il bambino spaventato»: quei bambini il cui disagio non dispone di una strategia coerente, perché la fonte di conforto è anche fonte di paura. Più avanti affronto la paura dell’intimità e l’ambivalenza verso la vicinanza, con particolare attenzione ai modi in cui impariamo a proteggerci e a evitare l’intimità. Possiamo, per esempio, scegliere partner non disponibili, che non ci sopraffanno con la vicinanza, oppure privilegiare l’armonia evitando il conflitto e facendo in modo che nessuna aggressività filtri nella relazione. Quanto più avevamo paura nell’infanzia, tanto più da adulti siamo ambivalenti rispetto alla vicinanza, e tanto più ce ne sentiamo minacciati. Nel libro discuto il legame tra le ferite dell’infanzia e l’amore adulto, e il modo in cui i bambini che vivono dentro di noi detengono la chiave delle nostre relazioni intime.
Lo psicoanalista come interprete epistemologico o come testimone attivo nell’«essere-con il paziente traumatizzato»?
Gli analisti relazionali contemporanei sottolineano che siamo concepiti nella relazione, formati nella relazione, feriti nella relazione e trasformati attraverso la relazione. Nella psicoanalisi classica l’analista era soprattutto un interprete: uno schermo neutro e vuoto che decodificava i conflitti e le fantasie inconsce del paziente e restituiva insight. L’analista contemporaneo è invece un testimone affidabile e un partecipante a un dialogo drammatico inconscio: qualcuno che crede, resta presente e sostiene il dolore emotivo. L’inclinazione è verso una posizione ontologica che privilegia l’essere-con il paziente, piuttosto che una posizione meramente epistemologica in cui il significato può essere simbolizzato e interpretato. L’analista non è solo un osservatore della mente del paziente, ma un partecipante a un campo intersoggettivo condiviso, in cui gli enactment sono inevitabili e in cui la relazione terapeutica stessa è il principale veicolo del cambiamento.
