Intervista al Professor Vittorio Lingiardi sul PDM-3

A cura di Mariagiulia Chichi

La terza edizione del Manuale Diagnostico Psicodinamico è stata pubblicata negli ultimi mesi del 2025.

In un periodo storico complesso, in cui il termine diagnosi, nel suo uso, appare ancora oggetto di diffidenza, fraintendimenti o eccessive semplificazioni, il PDM-3 si propone quale importante strumento per formulare diagnosi sensate per clinici sensibili.

In che modo questa nuova edizione può aiutare il clinico a comprendere meglio i propri pazienti? Quali gli aspetti più innovativi che la caratterizzano? Quale messaggio chiave, pensando ai giovani clinici?

Ce ne parla il Professor Vittorio Lingiardi, in un’intervista a cura di Mariagiulia Chichi per la redazione di Area G.

 

Il PDM-3 arriva in un momento storico complesso, di profonde trasformazioni sul piano clinico e sociale. In che modo può aiutare il clinico a comprendere meglio il proprio paziente?

Il PDM-3 è un sistema diagnostico che invita il clinico a spostare lo sguardo dal disturbo come entità astratta alla persona che, in un determinato contesto, esprime una sofferenza di rilievo clinico. Cerchiamo di cogliere la soggettività (idiografica) senza rinunciare a categorie e terminologie condivise dalla comunità clinica e scientifica (nomotetiche) che facilitano la comunicazione e la ricerca. In altre parole, cerchiamo di descrivere come funziona quella specifica persona ansiosa (o depressa o traumatizzata) senza perdere di vista cosa si intende per disturbo d’ansia (o depressivo o post-traumatico). Il PDM-3 offre una mappa che integra diversi aspetti della diagnosi psicodinamica: il livello di organizzazione e gli stili/disturbi della personalità (Asse P); le risorse e le vulnerabilità del funzionamento mentale (Asse M); il quadro sintomatologico e il vissuto soggettivo dei sintomi (Asse S). Ma ciò che rende il sistema PDM davvero unico è che tutto questo viene di volta in volta pensato e declinato in base alla specifica fase del ciclo di vita: prima infanzia (0-3), infanzia, adolescenza, giovane adulto, adulto, età anziana. In più, a partire da una riflessione sulle veloci e spesso preoccupanti trasformazioni sociali e culturali della nostra epoca, in questa terza edizione abbiamo introdotto, anche qui per ogni fascia d’età, dei contenitori dedicati a Psychological Experiences that may Require Clinical Attention (PERCA). Non si tratta di condizioni di per sé psicopatologiche, ma di approfondimenti, ove necessari, su: a) l’impatto psicologico di fenomeni di rilevanza collettiva (come il cambiamento climatico, le minacce belliche o le pandemie); b) le esperienze soggettive riconducibili all’appartenenza a contesti e gruppi (spesso marginalizzati) etnici, culturali, linguistici, religiosi o politici; c) i vissuti legati alle proprie identità sessuali e di genere (per esempio, omofobia interiorizzata, transfobia, stigma, ecc.)

Qual è, secondo lei, il contributo più innovativo di questa nuova edizione?

Una novità importante riguarda l’arricchimento delle sezioni dedicate al funzionamento mentale, il cosiddetto Asse M. In particolare sono stati approfonditi i temi della mentalizzazione, della fiducia (non solo interpersonale, ma anche epistemica), delle rappresentazioni e dei vissuti corporei. Un’altra novità consiste nell’inserimento di sezioni specifiche dedicate alle transizioni tra prima infanzia e infanzia e tra adolescenza e età adulta. Anche le PERCA, di cui ho appena parlato, sono un contributo innovativo importante: l’anticipazione di uno sguardo che, nei prossimi anni, diventerà sempre più cruciale nella pratica clinica. Pensiamo per esempio alla valutazione del disagio in adolescenza: possiamo davvero comprenderlo prescindendo dall’impatto dei social media e delle nuove tecnologie sulle loro vite (e anche sulle nostre)?

Un aspetto nuovo del PDM-3 è il rafforzamento del legame tra valutazione diagnostica e trattamento. In che modo può supportare il clinico nel lavoro terapeutico, oltre la formulazione iniziale del caso?

Il PDM-3 concepisce la diagnosi al servizio della terapia. Senza cogliere la complessità e la specificità del paziente è difficile scegliere il tipo di trattamento più indicato. La diagnosi, soprattutto come formulazione del caso, non serve esclusivamente a inquadrare una categoria o una sindrome psicopatologica, ma deve tenere vivo il ragionamento clinico. Diciamo che la nostra diagnosi è dinamica non solo perché nasce dal modello psicoanalitico, ma anche perché tiene conto delle trasformazioni nel tempo. Molti aspetti della personalità, del funzionamento mentale e della soggettività sintomatologica cambiano nel corso della terapia. Un riferimento per tutti: i meccanismi di difesa. Infine, il PDM-3 include nella sua prospettiva diagnostica anche le risposte emotive del terapeuta (controtransfert): un’innovazione che aiuta a progettare interventi effettivamente patient- tailored.

In questa edizione è stata introdotta una maggiore e più articolata attenzione alle fasi evolutive. Quali aspetti considera più significativi in riferimento all’adolescenza e alla giovane età adulta?

La diagnosi, come ho detto, deve essere formulata nel rispetto del ciclo di vita, facendo attenzione anche al linguaggio. Parlare di “disturbo di personalità” in un adulto è diverso dal descrivere pattern problematici di personalità emergenti in un bambino o in un adolescente. Non a caso, nel PDM-3 la valutazione dell’adulto parte dall’Asse P, mentre quella del bambino e dell’adolescente parte dall’Asse M. In età evolutiva è fondamentale osservare, prima di tutto, lo sviluppo di alcune funzioni mentali (per esempio, regolazione affettiva, mentalizzazione, difese, rappresentazione corporea, capacità di osservare il proprio mondo interno) senza irrigidirle prematuramente in modo definitivo. Nella giovane età adulta penso sia cruciale leggere come cambiano funzioni relative, per esempio, all’agency e alla direzionalità, all’autostima, al rapporto con il corpo e la sessualità. È una fase in cui identità e progettualità si ridefiniscono, e il clinico deve saper cogliere sia le vulnerabilità sia le potenzialità trasformative di questo periodo.

Dal punto di vista della formazione degli psicoterapeuti, cosa cambia con il PDM-3 nel modo di insegnare la diagnosi e il ragionamento clinico?

Cambia lo spirito della diagnosi: meno checklist di criteri presenti/assenti e più ragionamento clinico. L’idea dell’essere umano come contenitore di contraddizioni anche diagnostiche. La soggettività disciplinata del valutatore. L’attenzione al progetto terapeutico. Il dialogo con altre discipline, in particolare il cognitivismo e le neuroscienze. Su un piano più generale direi che il diagnosta PDM-3 impara a tenere insieme competenza tecnica e sensibilità relazionale: formulare un caso vuol dire organizzare il materiale clinico, riconoscere risorse e limiti, imparare a utilizzare la propria soggettività. Per usare un’espressione che è diventata un nostro motto: “diagnosi sensate per clinici sensibili”. Il nostro manuale non vuole banalizzare la complessità né semplificare la singolarità irripetibile di ciascun paziente. Vuole però disciplinare il setting mentale dell’esperienza diagnostica e offrire un linguaggio condiviso per supervisioni, riunioni d’équipe, follow-up, progetti di ricerca…

Se dovesse riassumere il PDM-3 in una frase per i giovani clinici, quale messaggio chiave vorrebbe arrivasse loro?

Non diagnosticate per placare l’ansia classificatoria. Cercate la persona: come funziona, come soffre, come vi incontra. È lì che comincia la cura.

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