Le nostre rubriche / C'è un elefante nella stanza

C’è un elefante nella stanza: la guerra

A cura di Gabriella Mariotti

C’è un elefante nella stanza: è la guerra, è la torsione violenta e rozza del linguaggio, è la prepotenza indifferente alla sofferenza dell’altro. Eppure, scorrono molte sedute senza un accenno a quanto di orribile sta accadendo intorno a noi, a questo elefante che invade lo spazio dei nostri giorni. 

Mentre riflettevo, la scorsa settimana, su questo inquietante silenzio, ho pensato soprattutto che di base vi fosse il bisogno di separare nettamente il “fuori” del mondo dal “dentro” della seduta, come a fondare o rafforzare la speranza di un luogo intatto dai conflitti e dai pericoli, al quale poter ricorrere nella certezza di ritrovarlo sempre immutato. Qualcosa di simile al bisogno di attaccamento sicuro, tale che, se soddisfatto, renda possibile poi affrontare il mondo esterno, o al contrario ne faciliti il diniego. 

Ho anche pensato che talvolta le guerre e le devastazioni del mondo interno sono talmente devastanti da oscurare tutto il resto. Sono queste ultime a fare la parte dell’elefante nella stanza e chiedono soltanto di essere nominate e accolte: impossibile occuparsi d’altro se la mente è invasa dai propri fantasmi soggettivamente persecutori. 

Altre volte invece è qualcosa di diverso che accade in seduta (e non solo): il totale silenzio su tante stragi, liquidate con qualche vago e stringato riferimento, semplificate nel torto/ragione del momento, il tutto banalizzato senza pensiero. Che sia una guerra preventiva (come può una guerra essere preventiva?!), che sia una reazione-rappresaglia, che sia un cambio di regime, tutto viene svuotato di senso al fine di rendere “normale” il bellicismo e poter continuare a pensare, come denuncia De Gregori, che “la guerra è bella anche se fa male”, una “guerra per la guerra. Senza strategia. Meglio: la strategia è la guerra”. (Lucio Caracciolo).

Dobbiamo quindi  chiederci fino a che punto, in taluni casi, si sta spingendo la negazione, la rimozione, il diniego del clima tossico e corrosivo che infiltra le menti con la banalizzazione dell’orrore. Dobbiamo chiederci fino a che punto la sottile e pervasiva cultura dell’indifferenza non stia diventando un elemento strutturale del carattere, sociale e individuale, cultura dell’indifferenza e dell’indifferenziato, dove tutto viene legittimato e si confonde nella dimensione del possibile. 

E’ necessario chiederselo per ogni paziente e per ogni seduta, e chiedercelo anche per quando riguarda noi stessi, come persone e come psicoterapeuti. 

Più che mai, ora, è necessario non dimenticare che il crinale tra mondo esterno e mondo interno è labile, paragonabile a un filtro elastico che permette nessi e collegamenti, e quindi permette di ampliare il contesto di pensiero, ma permette altresì le contaminazioni e il contagio con questo bellicismo comunicato con un linguaggio da bar, una autentica stupidità violenta e miope che si fa orgogliosa di terminologie primordiali. 

Post scriptum: oggi, lunedì, i miei pazienti, quasi tutti, hanno parlato di ciò che sta accadendo in Iran e nei paesi del Golfo. Forse proprio perché sono in analisi e hanno quindi scelto di aprirsi al pensiero e alla consapevolezza, è prevalsa la capacità di cogliere non solo il pericolo in senso paranoideo (che peraltro mi pare già abbondare a sufficienza!), quanto di cogliere l’aspetto regressivo di incertezza, instabilità, inaffidabilità dell’ambiente che ci circonda. In questo senso, la seduta e la stanza d’analisi sono divenute luogo sicuro non al servizio della negazione del mondo esterno, bensì al servizio della possibilità di comprenderlo meglio.

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