In qualsiasi discussione può accendersi la miccia esplosiva di un disaccordo violento: differenti visioni del mondo si fronteggiano, talora senza alcuna possibilità di incontro o quantomeno di mediazione. Tanto più ora, in questi anni di violenza legittimata dalle motivazioni più insensate e barbare, l’unica alternativa che appare percorribile se si è restii al conflitto o si temono irreparabili rotture, consiste nell’evitare accuratamente l’argomento scottante.
L’elefante rimane nella stanza, ma si finge di non vederlo.
Tra la mancata elaborazione mentale e psichica che sottende l’alterco violento da una parte, e, dall’altra, la finzione di un accordo che nega la conflittualità per paura di non saperla gestire, quale è la strada che si apre nel corso di una seduta psicoterapeutica, quando convinzioni e valori del terapeuta si trovano a confrontarsi con visioni del tutto opposte?
Qualche esempio
Il paziente parla:
“I vaccini servono solo a controllarci o avvelenarci: io spiego a tutti che non devono assolutamente farne uso” , “le mascherine sono bavagli per farci tacere, in fondo a morire sono solo i vecchi e noi giovani siamo chiusi dentro per colpa loro”,
“Gaza deve essere sterminata altrimenti noi e le nostre figlie andremo in giro col burka”
“Diciamo che un pò di fascismo farebbe bene all’Italia”
Queste frasi sono state dette in seduta, e non da deliranti paranoici o violenti guerrafondai, ma da persone colte e in larga maggioranza attente alla relazione. Frasi non dette di getto in un momento di paura o di rabbia, ma argomentate e ribadite a più riprese.
L’analista ascolta:
lI clima emotivo si fa sempre più teso, rischia addirittura di farsi incandescente, poiché si avverte chiaramente il bisogno del paziente, direi talvolta la pretesa rabbiosa, che l’analista esplicitamente concordi e validi queste affermazioni. In effetti, più che di sola validazione, è violento il bisogno di accordo, poiché è violento il terrore di una incrinatura nell’impasto fusionale che questo tipo di paziente ha ricercato nella coppia analitica.
Non a caso la miccia è pronta a innescare l’esplosione su questi temi, perché in fondo vita e morte (forse evocatori del mors tua vita mea) sono temi radicali, ai quali si attaglia una adesione totalizzante: nell’incertezza veicolata dalla guerra e dall’epidemia, cioè appunto dalla violenza e dalla morte, è ovvio il ricorso a qualche certezza, rassicurante al di là del contenuto, rassicurante proprio in quanto certezza e fino a quando possa continuare a vendersi come tale. Per questo la rabbia può scatenarsi, per questo non può venir tollerato alcun confronto con posizioni differenti: nulla deve incrinare la certezza salvifica, nella sua doppia versione, la certezza del contenuto e la certezza della sintonia fusionale con l’analista.
Intanto il terapeuta…
Ripensando alle frasi citate più sopra, dobbiamo chiederci cosa succede al terapeuta, se, rispetto a quelle affermazioni, pensa diversamente e sente fortemente urtato il proprio senso di giustizia o anche semplicemente la propria fiducia nella scienza e nella democrazia. Non dimentichiamo che il tratto provocatorio non cade nel vuoto ma nella mente del terapeuta, anch’esso immerso nel clima di morte e violenza attivato dall’epidemia e dalla guerra.
Innanzitutto, è bene ricordare che in situazione di transfert massivo, cioè di idealizzazione della terapia come garanzia della propria esistenza (Armogida, Balsamo), l’accordo con l’analista diviene base di quel sentimento di certezza cui si è accennato e proprio perché il bisogno di sintonia assoluta è tanto forte, altrettanto forte è la capacità percettiva delle antenne preconsce nel cogliere anche la minima distonia. Ecco che il silenzio del terapeuta viene interpretato correttamente come impossibilità di concordare con il contenuto affermato dal paziente.Insistenza e provocazione diventano paradossalmente gli strumenti che il paziente utilizza per ricomporre il clima di fusionalità, nell’illusione angosciata che prima o poi il terapeuta concorderà e si potrà ritrovare la sintonia perduta. Intanto, nel terapeuta possono agitarsi sentimenti di rabbia, intolleranza, stupore che fanno vacillare la sua capacità di mantenere la giusta distanza. Vi è una sola possibilità per uscire da questa impasse: sottrarsi allo scontro sul contenuto, e interpretare la dinamica psichica sottesa alla provocazione. Questa è una delle situazioni che più mettono a dura prova la tenuta del terapeuta, ma è anche l’occasione per vivere nel qui e ora con il paziente la chance di andare oltre la (pseudo)sintonia di accordo su una nota sola per accedere a una vicinanza più complessa e profonda in cui la separatezza (pensare diversamente) possa cominciare a farsi strada. E’ altresì l’occasione, per il terapeuta, tra altre ancora, di “tastare” la propria capacità del negativo, di tollerare segnali di transfert negativo e/o di saper maneggiare le provocazioni per giungere al punto di reale sofferenza del paziente.
