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Magnifico e tremendo stava l’amore - Maria Grazia Calandrone

A cura di Silvia Martinelli

Magnifico e tremendo stava l’amore (Einaudi, 2024) di Maria Grazia Calandrone è la rielaborazione di un caso di cronaca nera.

E’ anche la storia di due giovani innamorati, Luciana e Domenico, che nel 1983 – lei diciottenne, lui ventiquattrenne – decidono di sposarsi. Le prime pagine esplorano le loro origini e le dinamiche relazionali delle rispettive famiglie di provenienza. La scrittura è minuziosa nel tratteggiare le personalità e dipinge con precisione la complessità del rapporto, mettendo in luce i contributi dei singoli al funzionamento di coppia.

“Luciana intuisce che Domenico le sta mostrando il suo cuore di bambino ferito, che pure dev’essere reale, e che lei è certa di poter sanare, carezza su carezza. Un compito più grande di chiunque […] Nessuna creatura presente può cauterizzare un sanguinamento che sbocca dentro dall’irraggiungibile profondità del passato.”

L’autrice intreccia le tappe della relazione sentimentale con gli avvenimenti politici e sociali occorsi tra gli anni ’80 e ’90, in Italia e nel mondo. E’ una danza, un andirivieni tra l’attualità dell’epoca, che segna le coscienze e i costumi, e i vissuti della coppia, che prendono forma nel diario di Luciana. Poco dopo il matrimonio emergono grosse difficoltà tra i coniugi: l’aggressività della famiglia del marito e l’impossibilità di arginarne le intrusioni, i tradimenti continui da parte di lui, l’arrivo dei figli. Si sviluppa una tensione, che continuerà a crescere nel tempo. Nel 1990 per la prima volta esplode la violenza di Domenico nei confronti della moglie: “un’oscurità senza rimedio”. Il lettore assiste alla presa di coscienza lenta e angosciata di Luciana.

“Io me ne devo andare. Me ne vado. Come una cosa vista che rimane per sempre. Come una sbavatura luminosa, senza pace.”

Negli anni si susseguono trasferimenti, fughe, tentativi di separarsi e di riunirsi. Dopo la nascita dell’ultimo figlio, emergono problemi economici, che Luciana affronta efficacemente. La furia di Domenico torna a colpire: gelosia, ossessione, controllo, schiaffi, spintoni, violenze sessuali, mani che afferrano il collo: tutto sotto gli occhi spaventati dei quattro bambini.

“La violenza domestica è un precipizio argilloso dentro il quale si scivola, in caduta verticale. Si rompe un argine.”

L’autrice ha il merito di raccontare l’evoluzione di un processo complesso e articolato, di cui mette a fuoco le singole componenti: l’umiliazione vissuta da Domenico per il fallimento del suo “mito di sé”, il ricorso alla forza fisica come unico potere rimasto in suo possesso, per dominare colei dalla quale si sente minacciato.

Ma anche la compassione di Luciana per quel bambino confuso che è stato Domenico, con un padre violento e una madre assente, il suo bisogno di affetto mai corrisposto. E poi il conflitto feroce tra quel bambino che aveva promesso di amare per sempre e i “bambini veri” ai quali deve pensare oggi. Infine la vergogna e l’isolamento, “la chiusura ermetica di due a tutti i traumi e a tutte le dolcezze esalate dal mondo dei vivi”.

La storia prosegue, i figli crescono, tentano di difendere la madre dalle violenze ormai sistematiche del padre. Continuano i pedinamenti, lo stalking, le denunce sporte e ritirate da Luciana, gli esposti ai carabinieri da parte di amici a loro volta minacciati da Domenico. Nel 2001 Luciana chiede formalmente la separazione.

“La serenità, il senso di realtà e fiducia, non solo dei figli, ma di tutti gli esseri umani, accade quando quello che percepiamo coincide con le parole che ci vengono dette, con le spiegazioni che ci vengono date e con le conseguenze emotive e logiche di quello che vediamo. I figli hanno diritto al rispetto, non alla menzogna in nome di un loro bene presunto, che il più delle volte nasconde la difficoltà dei genitori nell’affrontare la dolorosa evidenza di una fine, naturalmente mai sperata.”

Siamo all’incirca a metà del libro, succederanno ancora molti fatti, colorati dai chiaroscuri del mondo interno dei protagonisti, che lasciano pieni di interrogativi.

“E le persone? Riconosciamo per istinto genetico le creature come bacche velenose? […] Oppure non sappiamo niente, ci gettiamo fra le braccia del nostro assassino senza averne il sospetto benché minimo?”

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