Poor Things, ultimo film di Lanthimos, già nella declinazione italiana di Povere Creature trova una sua prima, riuscitissima, restituzione.
Sì, perché ciò di cui ci parla Lanthimos non sono, in effetti, né cose né soggetti, ma proprio creature: qualcuno che viene creato ma che ha un proprio statuto ontologico.
È questa la potenza di Bella, donna neo-nata grazie a God, il padre-creatore, che recuperandone il corpo dopo la morte suicida decide di impiantarle il cervello del bambino che portava in grembo.
Una neonata nel corpo di donna, che nulla conosce di Sé e del mondo, intenta a diventare sé stessa, e a scegliere per sé stessa, esplorando con disarmante onestà le proprie percezioni-sensazioni (“Bella male; Bella scoperto piacere”) che crescono in pensieri e vissuti sempre più articolati.
Il mondo in espansione di Bella prende forma narrativamente attraverso il tema del viaggio, che permette di lasciare casa ma anche di farvi ritorno, e in una scenografia, sempre bellissima, che dal bianco e nero si colora di tinte piene e vivaci.
Ad essere in movimento non è però solo Bella: anche God, in fondo, può diventare con Bella (ed il suo sguardo) un padre diverso dal proprio, interrompendo quella coazione a ripetere che, trasformandolo da esperimento a sperimentatore, gli aveva sì permesso di sopravvivere all’orrore della propria infanzia ma rimanendone, pur sempre, prigioniero.
Movimento produce movimento, e a catena, nel bene e nel male, non possono che muoversi anche Max, la domestica, Felicity, e tutte le altre Povere Creature di questo mondo.
Il film di Lanthimos è un inno alla scoperta, all’autodeterminazione, e alla verità che ci rende soggetti certamente non privi di condizionamenti ma liberi, poiché fedeli a noi stessi.
