Sabato 23 settembre 2023 si è tenuto il seminario “Diventare adolescenti in terra straniera”.
La dott.ssa Virginia De Micco, medico psichiatra, antropologa, psicoanalista SPI e IPA, ha condiviso alcune importanti e interessanti riflessioni sul tema degli adolescenti migranti che qui riportiamo.
Il convegno si apre con un interrogativo: qual è la dimensione psichico/antropologica della migrazione, un tema estremamente diffuso ma per cui sembra sempre esserci poco spazio di pensiero?
In particolare, l’interrogativo riguarda le adolescenze migranti, che chiedono di ripensare agli strumenti che usiamo per definire ‘gli adolescenti’ in quanto esiste, nella concettualizzazione dell’adolescenza, una dimensione culturale che affianca quella biologica che rende complesso approcciarsi alle adolescenze migranti.
Per andare a cogliere là dove sono le adolescenze migranti si deve prima entrare nel mondo delle migrazioni, allontanandosi dal bombardamento mediatico che rende più distanti e anestetizzati, che stimola le difese psichiche accecando invece che aiutando a vedere.
È necessario costruire uno spazio altro per un’autentica pensabilita’, faticosa perché chiede di entrare in contatto con aspetti spiacevoli, complessi da digerire, nella e della relazione con lo straniero…un umano altro che ci è simile e al contempo completamente estraneo.
Lavorare nel mondo della migrazione, entrare in contatto con l’altro culturale, significa entrare in contatto con il perturbante: il familiare e l’estraneo sono continuamente compresenti.
Cornice psichica, culturale e antropologica dell’adolescente migrante
Jean Paul Raison negli anni ‘70 parla della migrazione come di un fenomeno strutturalmente sfuggente. Le migrazioni sono in costante cambiamento e chiedono quindi agli operatori e/o ricercatori di essere disposti a loro volta a un continuo mutamento di sguardo e pensiero.
Non c’è mai una versione dell’esperienza migratoria, si deve essere disponibili a inseguirne continuamente i mutamenti; cambia in modo imprevisto e imprevedibile ma cambia anche in relazione alla risposta di chi ospita. In questo senso, la migrazione è un fenomeno complesso in cui quello che vediamo non appartiene mai solo al ‘flusso’, ma anche al ‘recipiente che accoglie’.
Parliamo di flussi migratori, un oggetto liquido che assume la forma del contenitore che accoglie. Il recipiente, il luogo di ‘ricezione’ (territorio sociale e antropologico), influenza il flusso migratorio. Prende la forma del NOI: il fenomeno migratorio siamo anche noi – non appartiene solo all’altro, riguarda già l’interazione/relazione con noi.
Il fenomeno migratorio ci costringe a guardare gli aspetti più inconsci e denega- del noi – ci mostra come noi collettività funzioniamo davvero, non come ci raccontiamo di comportarci. È specchio ‘deformante’, ci fa vedere aspetti del noi non integrati e spesso non integrabili. Tutto questo innesca spesso una dinamica di rigetto in quanto stimola una lacerante contraddizione con noi stessi, con i nostri valori e ideali.
I problemi emergono quindi nella possibilità̀ di pensare e costruire un’autentica convivenza.
Cosa significa psichicamente e relazionalmente integrazione? Fino a che punto è davvero possibile integrare? Cosa succede nelle mente ‘accogliente’?
Secondo lo psicoanalista Ben Ali Bey la migrazione è una prova estrema quanto quella dell’esilio, una prova psichica estrema per tutti, anche per chi accoglie. Questa difficoltà va intercettata, si deve aiutare l’operatore coinvolto se no è inevitabile il rigetto. È essenziale tener bene in mente il costo psichico richiesto a ciascuno. Convivere è un equilibrio delicato e complesso che è da costruire nella quotidianità̀ delle relazioni; la convivenza è complicata anche perché i luoghi in cui incontriamo gli stranieri, e in primis gli adolescenti stranieri, sono i luoghi in cui emerge l’inconscio di ognuno di noi. Per questa ragione gli strumenti psicoanalitici sono indispensabili; è necessaria una psicoanalisi che non sia lontana dagli ultimi, dalle realtà più disagiate, in quanto la capacita di autoanalisi è uno strumento indispensabile per entrare in contatto e relazione con ‘lo straniero’.
È possibile affermare che l’invasione di cui tanto si parla sul piano mediatico sia soprattutto un’invasione psichica, in quanto manca uno spazio mentale per pensare e tenere dentro l’altro culturale, cosicché la mente invasa non ha altra scelta se non reagire con il rigetto.
Nel lavoro con la migrazione diventa particolarmente cruciale sospendere il giudizio; tale operazione è però particolarmente complessa poiché siamo in costante contatto con le nostre identificazioni ideali, con le nostre rappresentazioni di noi stessi che vengono messe in profonda discussione e crisi.
Il lavorio psichico della migrazione, che riguarda sia chi emigra sia chi accoglie, è un processo che dura l’intera vita migratoria e si trasmette anche attraverso le generazioni.
Dinamiche relazionali nell’incontro con l’adolescente migrante (Minori Stranieri Non Accompagnati e seconde generazioni)
I cosiddetti MSNA (Minori Stranieri Non Accompagna1) per come li abbiamo ora nella mente, sapendo che cambiano, sono per la maggior parte tardo adolescenti maschi [17/18anni]. Il riferimento anagrafico, però, non può farci capire qualcosa di questa particolare declinazione delle adolescenze migranti. Si entra subito in connessione con un conflitto culturale: l’idea occidentale di ‘adolescenza’ non funziona, è distante dal vissuto di coloro che accogliamo.
Quando ci si relaziona con un ragazzo MSNA si è davanti a un migrante di prima generazione; immediatamente, nel sistema dell’accoglienza, si verifica un effetto palese e profondamente dannoso, ossia una infantilizzazione violenta e eccessiva, stridente con la realtà di giovani uomini che hanno attraversato mare o deserti, che hanno affrontato prove estreme e che si ritrovano trattati come fossero ragazzini imberbi e incapaci.
Perché questo accade? La struttura istituzionale del sistema dell’accoglienza in cui troviamo ad operare è costruita sulla nostra visione occidentale del minore abbandonato; noi affibbiamo un’identità all’altro che incontriamo scotomizzando così la realtà perché, a dire il vero, questi giovani uomini non sono orfani! Il loro macigno e la loro ricchezza è il mandato familiare preciso di cui sono portatori: non sono soli o orfani ma al contrario si muovono sotto il peso di un mandato familiare estremamente potente. Questo mandato, che è il motivo della migrazione, se non rispettato crea un conflitto profondo e doloroso. Nel nostro modo di agire su un piano istituzionale accade spesso che noi operatori ci ritroviamo a chiedere all’altro di confermare la nostra narrazione su di lui invece che porci in una posizione di ascolto e scoperta della realtà esterna ma soprattutto interna della persona che abbiamo davanti.
Vi è inoltre, nell’incontro con un adolescente migrante, una contraddizione di fondo: il fine esplicito della filiera dell’accoglienza del Minore Straniero Non Accompagnato è l’indipendenza ma la modalità di accoglienza che mettiamo in atto fa il contrario, infantilizza. Nell’incontro tendiamo a voler creare dipendenza pur continuando a chiedere e aspettarci indipendenza: la dinamica istituzionale si basa su una contraddizione assoluta che ha un impatto sulle dinamiche relazionali che prendono forma.
All’interno di questa cornice la sfida, nonché l’unico spazio possibile, è lavorare su e in queste contraddizioni. È necessario fornire alle mente accogliente (alle mente degli operatori) un aiuto perché possano elaborare le loro convinzioni assolute e le loro angosce davanti all’adolescente sconosciuto, all’adolescente straniero che stimola una doppia estraneità (l’adolescenza e la stranierita’).
Davanti allo straniero, ancor di più quando e’ anche adolescente, si attivano reazioni inconsce di pericolo: è percepito come pericoloso, è la figura della pulsionalita’ ed è qui che l’inconscio che emerge negli operatori. Nell’incontro tra operatore e adolescente migrante ci sono quasi sempre due soggetti terrorizzati l’uno dall’altro in cui il terrore è legato all’emergere della pulsionalita’ che spesso si cerca di coprire con un maternage infantilizzante che però ha quasi sempre esiti negativi: reazioni rivendicative o effetti seduttivi. C’è un mondo di emozioni complesse, ambivalenti, difficili da riconoscere, spesso prevalentemente negate che però sono il terreno su cui è necessario lavorare; diventa imprescindibile creare uno spazio idoneo di pensiero per lavorare in modo analitico su tali dinamiche intrapsichiche e relazionali.
Nell’incontro con l’adolescente migrante è necessario tenere presente che la costruzione culturale dell’adolescenza è differente dalla pubertà intesa come evento biologico.
In occidente l’adolescenza (con i suoi compiti di sviluppo di separazione, integrazione pulsionale e identitaria, individuazione) si connota per lo più come un compito psichico individuale; nelle culture straniere le sfide evolutive sono gestite prevalentemente dal collettivo, attraverso pratiche iniziatiche e rituali. Questo comporta che di fronte ai compiti psichici dell’adolescenza da sperimentare in una terra sconosciuta i giovani stranieri e i loro referenti adulti (istituzionali e genitori) sono sguarniti, psichicamente e culturalmente. Come conseguenza, si può dire che il compito psichico dell’adolescenza sia un vero e proprio un luogo esplosivo nell’esperienza migratoria.
Negli adolescenti soli (MSNA) e in parte nelle seconde generazioni si aprono aree problematiche specifiche che ruotano principalmente intorno a due aspetti: il legame con le figure genitoriali e la corporeità.
Il rapporto con le figure genitoriali è per i migranti soli è una dimensione molto complessa e potenzialmente patogena ed è quindi necessario che l’operatore che con loro entra in relazione ne abbia consapevolezza. Questi ragazzi non sono orfani, ma anzi hanno un mandato familiare potente con cui doversi confrontare; il soggetto parte in esecuzione del mandato (obbedienza) ma al contempo coglie l’occasione di cercare di sottrarsi al potere genitoriale (ribellione) in una condizione di perfetta ambivalenza in cui obbedendo mi ribello. Se in questa ambivalenza l’operatore dell’accoglienza preme in una direzione piuttosto che nell’altra, espone il ragazzo a un rischio di scompenso che spesso si manifesta nel corpo che diventa luogo per eccellenza di espressione del disagio dello psichico.
Cruciale è tollerare le contraddizioni del giovane migrante, non riempirlo delle nostre aspettative o dei pensieri legati alla nostra concezione di adolescenza.
Ci si muove in un’area delicata e carica di ambivalenze in cui è difficile sapere quali saranno gli esiti. È indispensabile che l’operatore riesca ad avere una consapevolezza di tutti gli elementi proiettivi in gioco e trovi il modo di gestirli; anche in questo caso si rivela fondamentale che vi sia una continua attitudine autoanalitica che permetta di vedere sempre meglio ciò che il contatto con lo straniero sollecita e fa emergere.
Il lavoro relazionale con i Minori Stranieri Non Accompagnati si configura come la possibilità di elaborare e realizzare in modo cauto uno spazio di libertà psichica dalle figure genitoriali. Illudersi che sia possibile elaborare una vera e totale separazione/emancipazione psichica dalle origini può essere un compito impossibile, che può creare danni rendendo il mondo delle origini persecutorio.
È quindi fondamentale costruire con rispetto e cautela nuovi spazi di movimento psichico, margini di libertà, senza puntare a una emancipazione assoluta, cercando di non rimanere troppo schiacciati dall’onnipresenza del mandato familiare ma al contempo non andare nella direzione impossibile di un’emancipazione completa.
È necessario che nell’incontro con il ragazzo l’operatore mantenga una dimensione di umiltà̀, che rinunci alla sua convinzione di essere dalla parte giusta ma si apra alla possibilità̀ opposta di essere nel torto, di essere messo in discussione, consapevole di vedere sempre e solo una parte della realtà complessa di cui si trova a far parte.
Come accennato in precedenza, il corpo in adolescenza, e nello specifico nelle adolescenze migranti, diventa spesso luogo per eccellenza di manifestazione del disagio. Nello specifico, nei transiti migratori la dimensione della corporeità̀ è quella maggiormente messa in discussione in quanto il proprio corpo non è mai inavvertito ma si è costretti a vederlo sempre con gli occhi degli altri: l’adolescente migrante sente il proprio corpo straniero nel nuovo contesto. È straniero in termini estetici, e tale estraneità̀ si intreccia con una percezione straniera di sé globale.
Inoltre il corpo, nell’espressione dei suoi bisogni primari, riporta in contatto con la dimensione infantile persa, da cui ci si è spesso violentemente separati.
Il corpo è al centro della fatica dell’esperienza migratoria e diventa quindi, con l’aiuto dell’operatore nella relazione d’aiuto, oggetto da decifrare.
La riflessione su questi aspetti dell’esperienza migratoria adolescente portano ad una riflessione sul tema della frattura generazionale che è dimensione propria della migrazione e che in modo particolare si manifesta nell’esperienza delle cosiddette ‘seconde generazioni’.
La frattura generazionale è un’esperienza violenta e dolorosa che ha conseguenze, alle volte, anche estreme (es. fatti di cronaca) e che richiede in chi ne entra in contatto un lavoro di elaborazione continuo lungo l’arco della vita.
Dice Kaes che ogni nuovo nato, è uno straniero, un estraneo. Noi, culturalmente, tendiamo a negare questa verità̀ ma la realtà̀ è che esiste davvero un crepaccio psichico nel primo incontro con il proprio bambino, che è proprio ma che è al contempo portatore di una profonda estraneità̀. Il nuovo nato è lo straniero che ha bisogno di essere riconosciuto e affiliato, sentito proprio; questa estraneità̀ del proprio bambino, che generalmente viene velocemente negata e rimossa, è ciò che nelle situazioni di discontinuità culturale e fratture generazionali non riesce a essere rimosso. Nelle situazioni migratorie l’estraneità̀ del proprio bambino diventa un’area psichica che chiede continua elaborazione soprattutto in concomitanza con l’arrivo dell’adolescenza in cui qualsiasi genitore rivive spesso in modo violento la dimensione straniera del proprio figlio. Si parla qui di stranierita’, differente dal concetto di alterità in quanto ha a che fare con un elemento perturbante, di impossibilità a riconoscere qualcosa che al contempo si sente familiare.
Anche per l’operatore dell’accoglienza, nell’incontro con l’adolescente straniero si attivano tali dinamiche in quanto sia lo straniero che l’adolescente incarnano per lui il proprio straniero psichico, innescando anche in questo caso dinamiche proiettive di cui è necessario essere consapevoli. Quando si incontra lo straniero reale si entra sempre in contatto con il perturbante rappresentato dalle aree straniere della propria.
