Intervista a

Mark Solms - La Fonte Nascosta

A cura di Davide Rotondi

R: Buongiorno Dott. Solms, avremmo piacere di porle alcune domande riguardanti le principali tematiche trattate nel suo libro “La fonte nascosta” edito da Adelphi 2023.

S: Certo, risponderò con piacere.

R: Da dove nasce l’idea di scrivere questo libro?

S: Ho deciso di scrivere questo libro perché credo fermamente che il “problema difficile” della coscienza sia facilmente risolvibile se lo consideriamo dal punto di vista degli affetti (sentimenti grezzi) piuttosto che da quello delle percezioni che fino ad ora è stato il punto di vista tradizionalmente considerato come riferimento in questo campo di ricerca.
La percezione infatti non è intrinsecamente cosciente mentre il sentimento puro lo è.
David Chalmers (1995) afferma che “non esiste una funzione cognitivo-percettiva che ci permette di affermare che spiegando tale funzione spiegheremo di conseguenza anche l’esperienza soggettiva vissuta”.
Questa affermazione, a mio parere, perde la sua validità se la si cambia in questo modo: “non esiste una funzione affettiva che ci permette di affermare che spiegando tale funzione spiegheremo di conseguenza anche l’esperienza soggettiva vissuta”. Quest’ultima affermazione, formulata in questo modo, non è vera.
Spiegare e chiarire la funzione dei sentimenti/affetti spiegherà automaticamente il perché li si sperimenta.

R: Esiste quindi una relazione tra coscienza e sentimenti/affetti?

S: Certo, esiste una relazione molto profonda tra affetto e coscienza. Tutti concordano sul fatto che non esiste coscienza senza attivazione del tronco encefalico e che quindi l’attivazione del tronco encefalico è un prerequisito della coscienza corticale.
Tuttavia questo assunto presuppone tradizionalmente che l’attivazione del tronco encefalico non abbia nulla a che fare con contenuti (o qualità) affettivi, che consista quindi in uno “stato di veglia vuoto” privo di sentimenti.
Il mio lavoro (insieme a quello di Panksepp, Merker e Damasio) ha finalmente dimostrato che ciò non è vero e che l’attivazione del tronco encefalico è intrinsecamente connessa con gli affetti. Questo significato che possiamo considerare gli affetti come prerequisiti della coscienza; possiamo affermare che gli affetti rappresentano la forma essenziale della coscienza.

R: Secondo lei qual è il ponte tra neuroscienze e psicoanalisi?

S: Le neuroscienze, a mio parere, hanno tradizionalmente fallito nel considerare seriamente gli aspetti di soggettività del cervello. La cosa ovvia che distingue il cervello dagli altri organi è che “si prova qualcosa” a essere un cervello. Questo non si applica a nessun’altra parte del corpo né a qualsiasi altra cosa presente in natura. Le sensazioni che localizziamo in altri organi corporei non sono percepite dagli organi stessi; gli impulsi nervosi che partono da quegli organi sono percepiti solo se raggiungono il cervello. Sicuramente questa particolarità unica del cervello esiste per un motivo. Se è così, non capiremo mai veramente come funziona il cervello se trascuriamo il contributo fondamentale dei sentimenti/affetti.
Ecco perché la psicoanalisi è così importante. Nonostante le sue criticità, la psicoanalisi ha il merito di aver sempre posto al centro della scena il sentimento soggettivo. Le scoperte psicoanalitiche riguardanti la soggettività ci forniscono il miglior quadro concettuale per teorizzare i sentimenti e gli affetti soggettivamente intesi.

R: È possibile creare una coscienza artificiale? Quali sono le implicazioni etiche?

S: Noi sosteniamo che gli affetti/sentimenti siano forme essenziali di coscienza e forme estese di omeostasi, comprendendo il processo causale dell’omeostasi (che è piuttosto semplice) credo che si possa progettare un agente omeostatico artificiale che sia regolato dai propri stati emotivi.
Attualmente io e i miei colleghi stiamo lavorando attivamente a questo progetto e prevedo che lo completeremo entro i prossimi tre anni.
Riguardo al processo decisionale sulla gestione delle implicazioni etiche, dobbiamo considerare tutte le parti in causa: le implicazioni per noi esseri umani e per gli altri esseri viventi e le implicazioni per l’agente artificialmente cosciente.
Rispetto alle prime dobbiamo garantire che l’agente artificiale, che è in grado di preservare la propria sopravvivenza orientandosi con gli affetti/sentimenti, non veda in noi umani una minaccia alla sua sopravvivenza.
Rispetto al secondo gruppo di implicazioni dobbiamo concedere a tale agente tutti i diritti che concediamo agli animali nell’ambito della ricerca scientifica e tutelarlo dalle forme di sfruttamento commerciale.

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