Intervista a

Intervista a Giuseppe Di Chiara

A cura di Davide Rotondi

D.R. Come nasce l’idea di “il dono dell’altro” ?

G.D. Il “dono dell’altro” non nacque da una mia idea, ma da una scoperta. Scoperta sorprendente per me, quando rileggendo il manoscritto del 2022, che porta il suo nome, notai una insolita abbondanza dei miei scritti precedenti. Controllai, pensando che fossero tutti recenti. Ma non era così. C’erano lavori dagli anni ’70 in avanti. Per come racconto nella introduzione del volume se ne accorsero Francesco Barale e Vera Minazzi, guardando un elenco di miei scritti e rilevando che in molti di essi era presente il “narratore psicoanalitico” e la sua storia.  E’ stato lui a trovare alla fine me, che gli ho dato il nome che porta, e al quale mi ero avvicinato come “suggeritore” in scritti precedenti. Rileggendo i capitoli del libro colpisce l’evidenza della sua presenza, in maniera diversa, ora sotto traccia, discreto, ora più evidente. Desidero segnalare un elemento di unità, che , credo, abbia guidato la ricerca. Esso è la mia aderenza al “metodo psicoanalitico”, sempre presente nel mio lavoro nel corso degli anni, anche se approfondito nel tempo e maneggiato con crescente competenza e agilità.

 

D.R. Super-Io: istanza normativa o organizzazione interna assembleare?

G.D. Prima di tutto il Super-Io è il frutto di una relazione che si è avuta con l’altro, a qualsiasi titolo. E’ il frutto, l’esito, il risultato, la conseguenza di un rapporto che si è avuto e che si è interrotto, il più spesso periodicamente. Il rapporto più antico è quello con  il seno-che-nutre, è quello del neonato con la madre. Dalle relazioni si generano le rappresentazioni psichiche, dalle più profonde ed inconsce non rimosse, fino ai ricordi. Queste rappresentazioni vivono su una parte psichica che ricevono e prendono dall’Io, in autonomia dall’Io stesso, con il quale si confrontano in varia maniera.

Mi sembra corretto pensare a questo Super-Io come ad una assemblea di personaggi, o funzioni, nella quale si confrontano con lo stesso Io e tra di loro. Tra loro anche istanze normative, necessarie che svolgeranno funzioni regolamentative. E vicino a queste tante altre e diverse funzioni, di cura, di protezione, suggerimento e sostegno. Tra  di esse una è quella che attribuiamo al “narratore psicoanalitico”, portatore del senso di identità, della capacità della cura e del godimento poetico. Incontri sfavorevoli produrranno istanze diverse, che pure partecipano alla assemblea che costituisce il mondo psichico. Va poi tenuto conto del fatto che le qualità delle relazioni dipende non solo dalle qualità reali dei personaggi coinvolti, ma anche dal modo in cui sono vissuti. Siano così difronte alla presenza del trauma prodotto da una realtà esterna o da un fraintendimento di essa, tra realtà e fantasia, spesso mescolate tra di loro.

 

D.R. Il “narratore psicoanalitico”: personaggio abitatore del mondo interno, prodotto/custode del “dono dell’altro” o funzione superegoica?

G.D. E’ questa una domanda assai pertinente , che consente alcuni chiarimenti su punti della   teoria e della pratica della psicoanalisi. Il primo di essi è quello per il quale il Super-Io è sempre e soltanto un intruso, un disturbatore, perfino un persecutore, anche se la sua attività è necessaria ma dolorosa. Se smontiamo, per come è dell’analisi, il Super-Io, troviamo un mondo di altre funzioni, tra le quali anche quelle benefiche e rassicuranti. Il passo più spinto in questa direzione viene fatto postulando un “ideale dell’Io”. C’è insomma la preoccupazione di offendere, mortificare, l’Io e il narcisismo e si cerca di assegnare solo all’Io queste funzioni benefiche. Meltzer ha cercato di aprire una nuova strada, quando ha proposto un “Ideale del Super-Io”, il meglio possibile tra le istanze venute dall’incontro con l’altro. Tradizionalmente si sono praticati i concetti di Super-Io equilibrato, misurato, e così via, per affrancarlo da quella persecutorietà che spesso contraddistingue le sue descrizioni. Credo che il Super-Io contenga diverse istanze, alcune malevole e pericolose, persecutorie, ma altre , diverse, benevole e preziose, tra le quali questo “narratore psicoanalitico” , che ha origine in una relazione buona e vitale tra il bambino e l’altro, che si è accompagnato alla vita fin dall’origine, e poi alla crescita e alla buona salute psichica.

 

D.R. Quando il narratore del terapeuta e il narratore del paziente si incontrano ?

G.D. La risposta è : quando sono superate le resistenze, organizzate dalle difese, che ne impediscono il funzionamento nel paziente (ma anche nell’analista in casi di controtransfert assai sfavorevole e non bonificato, per superare il quale c’è stato un notevole progresso). La grande parte del lavoro nella cura psicoanalitica sta proprio in questa impresa del superare le resistenze organizzate dalle difese. E’ in questa direzione che si muove l’attrezzatura aggiornata della cura. Possiamo dire che l’analista di oggi si muove meglio adesso rispetto a tempi più lontani, perché molto abbiamo imparato. La ricognizione dell’ansia e delle sue cause, la necessaria progressività degli interventi, la maggiore preparazione agli incontri significativi. Ed è un lavoro su più fronti: sostenere l’Io, individuare i personaggi dell’assemblea super-egoica, migliorare il controllo delle pulsioni, sciogliere i legami con oggetti sfavorevoli, guadagnarsi l’alleanza con quelli favorevoli, cercare, smontare, costruire, in questo lungo percorso condiviso, lungo il quale riavviamo punti nodali dell’incontro tra i due narratori, del paziente e dell’analista. Perché è questo che avviene : la cura è realizzata da due oggetti/funzioni psichiche, i narratori psicoanalitici dell’analista e del paziente, mentre i loro Io provvedono a quello di cui hanno bisogno. Si comincia con le prime esperienze di incontro, incerte e fugaci, per avanzare, progressivamente, fino ai tempi conclusivi della cura, quando il paziente è in grado di disporre del suo narratore, ritrovato e rinfrancato, al quale si affiderà per il suo futuro, dopo l’analisi con l’analista.

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